giovedì 6 aprile 2017



Mostra Keith Haring

About Art

Milano, Palazzo Reale
21 febbraio – 18 giugno 2017



Torna a Milano, dopo piu' di dieci anni dall'ultima mostra, una retrospettiva dedicata a Keith Haring, con circa 110 opere che esaminano un aspetto particolare della sua arte: cioè la presenza, in alcune di esse, di miti ed archetipi appartenenti a tutti i tempi.
La mostra vuole evidenziare come Keith Haring sia stato il continuatore di una tradizione della storia dell'arte, e non solo il creatore di immagini popolari piene di colore, gioia di vivere, con le quali il suo lavoro viene spesso identificato.

Keith Haring nasce nel 1958 a Reading e cresciuto a Kuztown in Pennsylvania, in una famiglia della middle-class americana. Primo di quattro figli, si fa notare per la particolare abilità nel disegno, che pensa di coltivare iscrivendosi, dopo la High School, ad una scuola di grafica pubblicitaria a
Pittsburgh. Tuttavia, dopo aver scoperto analogie tra i suoi disegni astratti e quelli di Pierre Alechinsky, abbandona la scuola di grafica e nel 1978 si trasferisce alla School of Visual Art di New York. Nella “Big Apple” scopre l'arte dei grafftisti e dopo aver abbandonato le forme astratte, nel 1980 comincia a farsi
conoscere disegnando sui muri e sui pannelli della metropolitana i suoi soggetti particolari, tra i quali il cane dal muso squadrato e il “bambino radiante”, che diventa la sua firma. Nell' 82 tiene la sua prima grande mostra presso la galleria di Tony Shafrazi e da quel momento comincia a farsi conoscere dal grande pubblico. Tiene diverse mostre anche in Europa, entra in rapporto con Andy
Warhol diventandone amico, porta sui muri e nelle opere delle esposizioni private il suo vissuto personale, la sua concezione della vita e la contemporaneità delle strade di NewYork. Il suo è un linguaggio che rielabora i pittogrammi e i simboli delle culture primitive, egizie, azteche, maya, tribali, filtrate attraverso la componente narrativa dei cartoon e rielaborate con una linea grafica mutuata dal fumetto. Il suo scopo e' di rendere la sua arte accessibile a tutti. A questo proposito apre il Pop Shop di New York nell'86, e quello di Tokyo nell'88, per consentire a tutti di acquistare a prezzi economici oggetti e t-shirts con i suoi soggetti. Tuttavia l'Aids stronca la sua giovane vita e muore nel 1990 all'età di 31 anni, dopo aver costituito una fondazione che porta il suo nome, attualmente diretta dalla sua segretaria personale, Julia Gruen.

La mostra è tematica e non cronologica, divisa in sezioni che si aprono con la concezione di Keith Haring come umanista, che mette l'uomo e la vita al centro della sua opera;

prosegue con la sezione dedicata ai “miti e archetipi” rielaborati da Keith (la “gorgone”, il “vitello d'oro”, l'”arpia”, la “lupa capitolina”, il “centauro”, il “cinocefalo”) attraverso un confronto tra opere d'arte classiche e suoi lavori nei quali emerge la citazione;

esamina poi il rapporto con la religione, il sesso, la malattia, la gioia di vivere, la morte, realizzati attingendo ad un “immaginario fantastico”, oggetto di altra sezione e prosegue con l' “etnografismo” (influsso delle culture appartenenti ad altre etnie sul suo lavoro);

si apre poi la sezione che esamina il rapporto con la cultura post-moderna e la citazione/confronto con artisti moderni (Dubuffet, Pollock, Picasso, Mondrian, Leger), e si conclude con quella che richiama l'influsso dei “cartoon”.

L'ultima sala è dedicata alle video-performances e alla documentazione sul modus-operandi di Keith nelle stazioni della metropolitana di New York, con video e pannelli espositivi disegnati all'epoca
della loro realizzazione.

La visita guidata di Antonio Laviano, originale e coinvolgente, si apre con una breve performance di break-dance ed electric boogie, eseguita su musica di nastri del periodo; prosegue all'interno della mostra mettendo in relazione le opere anche con ulteriori documenti provenienti da collezione privata esibiti al momento, quali copertine di dischi, capi di abbigliamento, ecc. (per mettere in evidenza i rapporti e le connessioni tra musica, moda, street-art, e particolarmente con l'opera di Keith Hering) finalizzati a ricostruire il periodo e l'ambiente nel quale Keith Haring ha lavorato; si conclude rivivendo in maniera emozionale gli ultimi momenti di vita dell'artista.





video 1: performance ispirata all'atmosfera delle strade di New York e ai ballerini di breack dance dei quali Keith Haring amava circondarsi mentre realizzava le sue opere e i sui murales;

video 2: con Julia Gruen, amica e assistente di Keith Haring dal 1984, e direttrice dal 1989 della  fondazione da lui istituita a suo nome.


lunedì 30 maggio 2016

mostra UMBERTO BOCCIONI


Mostra BOCCIONI
23 marzo - 10 luglio 2016
Palazzo Reale,
MILANO

In occasione del centenario della morte di Umberto Boccioni, Palazzo Reale presenta una mostra a lui dedicata, che focalizza il periodo di formazione dell'artista, sulla base del cosiddetto "Atlante veronese", raccolta di 22 fogli in cui il giovane Boccioni collezionava ritagli di riproduzioni fotografiche di opere di artisti, antichi e contemporanei, che considerava importanti (soprattutto quelli che aveva avuto modo di vedere nelle varie esposizioni, in occasione dei frequenti viaggi e cambi di dimora).

Boccioni nasce a Reggio Calabria nel 1894, ma la formazione pittorica avviene all'inizio dello scorso secolo, a Roma, presso lo studio del pittore Giacomo Balla. La mostra, infatti, si apre con lavori di Balla e di Boccioni per un confronto stilistico tra alunno e maestro.
Assidui saranno anche gli studi delle opere viste alle Biennali di Venezia del 1905 e 1907, in particolare dei Divisionisti Italiani (come Previati, Segantini, dei quali segna nei suoi "Diari" la particolare ammirazione).
A Padova e Venezia realizza ritratti di amici come il dott. Gopcevich, lo scultore Virgilio Brocchi e il Cav. Tramello; questa attività di ritrattistica su committenza privata continua anche a seguito del definitivo trasferimento a Milano nel 1907 (in mostra la Sig.ra Sacchi, il Sig.r Massimino), accanto allo studio della natura, in particolare il paesaggio (in mostra: Campagna Romana ('03),  Campagna Lombarda ('07).
Milano lo attira per la modernità della vita, e trova un primo committente nell'artista-tipografo Gabriele Chiattone, suo mecenate.
Inizia a partecipare a mostre importanti con opere come Romanzo di una cucitrice ('08).

Con l'adesione al FUTURISMO, nel 1910, si interrompe la redazione dei Diari e della raccolta di immagini dell' "Atlante veronese". Nel frattempo le incisioni degli artisti nordici avevano influenzato il suo lavoro, ma sarà con il Futurismo che Boccioni troverà la chiave per dare una sferzata moderna alla propria arte.
Dall'incontro col Cubismo nasce l'opera Elasticità ('12), ove il moto del cavallo sullo sfondo apre la via al concetto di compenetrazione dei piani e dinamismo.
Il concetto viene approfondito nell'opera Materia ('12), in cui la madre, principale soggetto di molti lavori, diventa presupposto per il “complementarismo congenito”, ove interno ed esterno, forma a materia, staticità e movimento, tempo e memoria, sono tutt'uno fluido e dinamico.
La ricerca viene portata avanti passando alla scultura, ove si esamina il movimento umano arrivando all'opera Forme Uniche della continuità nello spazio ('13), corredata da una serie di disegni dello studio del corpo umano in moto, che culminerà nei Dinamismi ('13).
Nel 1915 l'Italia entra in guerra, e Boccioni, come gli altri futuristi, si arruola volontario. Nel frattempo, riscopre il collage di Picasso, rielabora la figura del dinamismo del cavallo, e ripensa le forme attraverso una meditazione dell'opera di Cezanne. Di questo periodo sono La carica dei Lancieri ('15), e Le due amiche  ('15).
Una delle ultime opere è Sintesi plastica di figura seduta ('16), realizzata prima di morire a causa di una caduta dal suo cavallo, nel 1916.
La mostra è arricchita da collage di ritagli di articoli che parlano dei Futuristi, delle esposizioni nazionali ed estere di Boccioni, e della sua morte, oltre che di foto d'epoca di collezione privata.
Visita guidata con Antonio Laviano.


domenica 13 dicembre 2015

mostra BARBIE the ICON

mostra
BARBIE the ICON
Museo Delle Culture, Milano
28 ottobre 2015 - 13 marzo 2016

Apre ufficialmente a Milano il MUDEC, il nuovo Museo delle Culture, allestito all'interno della struttura delle ex Officine Ansaldo, nella zona di Via Tortona, grazie ad un restyling di grande effetto realizzato su progetto dell' architetto David Chipperfield.
Per l'occasione sono state allestite quattro mostre, delle quali quella sulla bambola Barbie come "Icona Pop", ha creato pareri discordanti.
La mostra, lungi dall'essere una esposizione per soli amanti del genere, è in realtà un excursus sulla storia della moda, del costume e dell'immagine della donna (di cui la bambola ne è testimone attraverso i suoi cambiamenti avvenuti nel corso di oltre mezzo secolo dalla sua apparizione sul mercato, fino a diventare vera icona pop globale, fonte di ispirazione per artisti, stilisti, fotografi, designer).
L'inserimento nel contesto del MUDEC si giustifica, inoltre, per la presenza nella storia del "collezionismo Barbie" delle Dolls Of The World: fin dagli anni '60 la Barbie interpreta le varie etnie con bambole dedicate ai vari Paesi e popoli del mondo, vestite con i costumi tradizionali di quei popoli.
Curata da Massimo Capello in collaborazione con Mattel Italia, e con il prezioso contributo dei collezionisti Antonio Russo, Mario Paglino e Gianni Grossi di "Magia 2000" (creatori di dolls da collezione), la mostra raccoglie piu' di 400 pezzi ed è divisa in 5 sezioni, introdotte da cinque barbie-icona: ognuna di esse rappresenta il decennio di riferimento dei cinquant'anni di vita della Barbie.
Nella prima sezione, organizzata per ordine cronologico, si ripercorre la storia di Barbara Millicent Roberts alias Barbie, bambola creata in base ad una idea di Ruth Handler, moglie del co-fondatore della società Mattel.
Nel 1959 viene prodotta la Barbie n. 1: non una semplice bambola, ma una "teen-age fashion model": la bambola ha le fattezze di una giovane donna con un bel corpo, corredata da abitini che le bambine possono cambiare e abbinare a piacimento. Da questo momento, le bambine di circa cinque generazioni, proietteranno la loro immagine di donna futura giocando con Barbie, seguendone i cambiamenti della moda nel corso degli anni. In mostra quindi, oltre alla prima Barbie e al video sul procedimento di realizzazione delle stesse, sono esposte splendide dolls con la serie di vestitini che accompagnarono la prima vendita, veri e propri abiti in miniatura ispirati ai  tagli sartoriali francesi, italiani e americani degli anni '50 e '60, realizzati con grande cura. Le fashion-designer della Mattel guardavano allo stile delle icone-fashion del tempo, come Jacqueline Kennedy, Audrey Hapburn, Grace Kelly, Marylin Monroe; anche la pettinatura della Barbie cambia in base alla moda.
Nella seconda metà degli anni '60, il cambiamento della società e del ruolo della donna si riflette sulla Barbie: ha un corpo snodato, un nuovo volto con trucco piu' moderno ispirato alla giovane icona emergente, la modella TWIGGY, mentre lo stile della swinging London, la minigonna, il pigima-palazzo, i riflessi metallici e i tagli geometrico-spaziali di Pierre Cardin, vestono la nuova Barbie.
Gli anni '70 si aprono con la Barbie Malibù, dal volto sorridente e il corpo abbronzato, mentre il movimento hippy dei "Figli dei Fiori" ispira la Live Action Barbie; inoltre viene prodotta la Barbie "parlante" e i vestiti hanno colori sgargianti. L'era della Disco Music ispira un nuovo cambiamento sul volto e sul corpo della Barbie, che assume sempre piu', pose da mannequin e da diva: viene creato il volto della "Superstar", basato sui tratti somatici dell'attrice e modella Farrah Fawcett, con un'abbigliamento in linea con l'immagine da superstar (in mostra, diverse varianti con questo volto, che sarà uno dei più apprezzati e longevi della storia della Barbie).
Negli anni '80 si fa strada l'immagine della "donna in carriera" e Barbie diventa manager, con un vestiti adeguati per ogni occasione, e sul mercato sono lanciate anche barbie di colore, seguite all'apparizione della prima Black Barbie. Famose saranno Barbie Luce di stelle,Barbie Astronauta, Barbie Fior di pesco, Barbie Rockstar ispirata alla nuova icona della musica, la cantante Madonna.
Andy Warhol realizza un ritratto della Barbie per il collezionista Billyboy, e da questo momento Barbie diventa icona mondiale. Stilisti di grido realizzano per lei abiti haute couture, e negli anni '90 questa tendenza diventa una consuetudine, fino ad arrivare ai giorni nostri, con la collezione 2015 di Moschino, palesemente ispirata e dedicata a lei (in mostra, diverse barbie da collezione con abiti disegnati da stilisti, e il volto nuovo realizzato a fine anni '90 dal costumista hollywoodiano Bob Mackie).
La seconda sezione è dedicata agli accessori Barbie degli anni '70 (dream-house (villa), piscina, camper, bicicletta, aereo ecc.) ed è ricostruita una "camera da letto barbie" di linea attuale. Sono inoltre presenti anche gli altri protagonisti della vita di Barbie (lo storico fidanzato Ken -che ne segue l'evoluzione stilistica di corpo, volto e abiti- nonchè amici e sorelline che la Mattel man mano ha creato per dare una famiglia alla sua bambola piu' famosa).
Segue la sezione dedicata alle varie carriere interpretate da Barbie (dalla giornalista, alla ballerina, all'astronauta, all'infermiera, all'hostess fino alla "Barbie for president"), e la sezione dedicata alle Dolls of the world con i costumi tipici dei tanti popoli del mondo.
L'ultima sezione è dedicata alle splendide barbie da collezione, in cui la Barbie rappresenta personaggi femminili del mondo del cinema, della storia, delle favole e della musica.
Una mostra da non perdere, con la visita guidata di Antonio Laviano, per scoprire come nel corso di piu' di cinquant'anni, una semplice bambola si è evoluta fino a diventare vera e propria icona globale: Barbie, Pop Icon.









foto 1: Barbie The first '59, Barbie Tnt '67, Barbie Malibu '71;
foto 2: outfit "Commuter set" '59;
foto 3: "Live Action Barbie" '73;
foto 4: "Barbie Superstar" '76;
foto 5: Barbie Rockstar "86;
foto 7: alcune Barbie anni '80;
foto 8: Barbie con outfit creati da stilisti (anni '90-2015);
foto 9: Antonio Laviano con i collezionisti Antonio Russo e Mario Paglino.
Foto da collezione privata.

mercoledì 3 dicembre 2014

CONVERSAZIONE con ELIO FIORUCCI

CONVERSAZIONE SULL’ARTE

Elio FIORUCCI

E’ con grande piacere che dedico questo post ad Elio Fiorucci, che ho avuto modo di conoscere il 13 aprile 2014, in occasione della Settimana del Design a Milano.

Già da tempo, in realtà, era mio desiderio incontrarlo per scambiare due chiacchiere sul periodo di cui è stato uno dei massimi protagonisti della moda e del design (1967 – ’87), innovatore del costume giovanile e del modo di vivere, grazie ad un fiuto per le tendenze giovani e per la capacità di riunire talenti sotto il marchio Fiorucci.

Al termine della conferenza tenuta in Università  Statale dall’Architetto Andrea Branzi  (che a fine anni ‘70 assieme ad Ettore Sottsass si occupò degli arredi dei negozi Fiorucci), ho colto l’occasione per cominciare a fare le “due chiacchiere”, proseguite dopo la conferenza tenuta dallo stesso Fiorucci, e concluse nel suo studio.

Elio Fiorucci ha imposto il proprio nome aprendo un negozio di abiti vintage in Galleria Passarella a Milano alla fine degli anni ’60. Uno dei primi ad intuire le nuove tendenze provenienti da Londra, che ha importato in Italia, segnando una rivoluzione nel modo di vestire, grazie anche all’uso di materiali allora inconsueti nel contesto della moda italiana per giovani. 
Il primo negozio viene progettato dall’architetto Amalia Del Ponte. E grazie anche ad un uso spregiudicato e anticonvenzionale  dell’immagine sessualmente ammiccante, ha altresì anticipato le tendenze della comunicazione pubblicitaria per colpire il futuro giovane acquirente all’acquisto di un capo o oggetto Fiorucci attraverso la seduzione di un corpo femminile sexy e provocante, esibito  ma mai volgare.
L'architetto Italo Lupi crea il marchio degli angioletti vittoriani, immagine con la quale ancora oggi è identificato il marchio Fiorucci.
Gli anni ’70 vedono un aumento vertiginoso delle vendite grazie alle strategie commerciali di immagine e alla proposta di capi in linea con il gusto giovanile, con l’uso di gomma e plastica colorata, materiali pop per eccellenza, utilizzati per scarpe, borse, vestiti, quando l’uso  di questi materiali era ancora guardato con diffidenza dalla moda ‘ufficiale’.  Viene aperto un altro negozio in via Torino, e nella seconda metà degli anni '70 altri negozi a New York, Amsterdam, Londra, Los Angeles.
Il negozio di New York in particolare, viene scelto da Andy Warhol per il lancio della rivista INTERVIEW.
Il negozio Fiorucci diventa il luogo dove gente comune, personalità  e potenziali artisti in cerca della propria strada a New  York, vanno a fare acquisti.
Fiorucci studia un tipo di jeans che possa aderire bene alle curve del corpo femminile, che diventa un must per tutte le ragazze e le donne che vogliono sentirsi sexy ma anche comode, grazie alla fibra elastica che non stringe ma  asseconda le curve anatomiche. Il jeans Fiorucci diventa un indumento cult per le serate alla discoteca Studio 54 di New York, ove Elio festeggia anche i suoi dieci anni di carriera e inaugura l’apertura del locale con un grande party (presenze fisse sono  Bianca Jagger, Andy Warhol, lo stilista Halston,  Truman Capote e tutto il popolo metropolitano cool della disco music).
Per arredare i negozi chiama gli architetti Ettore Sottsass e Andrea Branzi, i quali si fanno portatori di un linguaggio postmoderno negli arredi, caratterizzati da forme pulite e colorate, in linea  con lo spirito  degli abiti e oggetti Fiorucci, mentre la direzione artistica all’interno del negozio newyorkese viene assegnata  ad una giovane creativa franco-canadese di nome Maripol.
Elio Fiorucci, e i suoi negozi, sono quindi sinonimo di costume giovane, nella moda e nell’arte a tutto tondo.
L’architetto  Alessandro Mendini  progetta una performance nel negozio Fiorucci di Milano, con l’abito ‘Restivo’  ove abito–arredo e ambiente dialogano in un connubio avanguardistico;  il mimo KLOUS NOMI tiene le sue performance nel negozio di New York, e nel frattempo l’era della Disco Music ha lasciato il posto all’ondata new wave nella musica e nella moda.  

Gli anni '80 si caratterizzano per l' essere il decennio dell’immagine, del look, e tanti artisti scelgono capi Fiorucci per abbinarli ad altri, in modo da creare un mix intrigante che lasci il segno.  
Una giovane Louise Veronica Ciccone (Madonna) veste abiti  dai colori fluo Fiorucci, e grazie alla consulenza  e alla creatività della stylist Maripol, lancia un look che non verrà mai piu’ dimenticato;
Keith Haring è chiamato da Elio Fiorucci per una
performance di decorazione di una giornata al negozio in piazza San Babila a Milano nel ’85. Elio Fiorucci produce il lungometraggio che ha come protagonista il giovane artista Basquiat a New York, intitolato Down Town ’81, e così via, in una inestricabile contaminazione tra moda, musica e arte grazie al carisma di Elio, capace di attirare a sé le giovani energie  creative dell’epoca (anche Gianfranco Ferre’, agli inizi della carriera di stilista, aveva  disegnato  t-shirts per Fiorucci).
Elio Fiorucci, la linea dei suoi capi e oggetti, insomma, rientrano a pieno titolo in ciò che e’il Postmodernismo, stile architettonico che diventa vero e proprio movimento, al quale appartengono tutti quei fenomeni  artistici del periodo compreso tra la seconda metà degli anni '70 e i primi anni ’90, caratterizzati da un mix di cultura pop, rielaborazione di elementi classici e decò, colori decisi, ironia, immagine che attira l’attenzione e pose divistiche. 
Come tutti i fenomeni hanno un loro inizio e un loro termine, anche i negozi  Fiorucci negli anni ‘90 cambiano gestione: il marchio è ceduto dal suo inventore alla Edwin International, che tuttora lo gestisce.
Ma per tutti noi, il nome Fiorucci nella moda e nel costume (nonostante il cambio di gestione) è, e rimane, Elio Fiorucci: un imprenditore-designer-scopritore di talenti, un grande saggio che continua ancora oggi, a quasi cinquant'anni dall'apertura del primo negozio e del relativo storico marchio, a stupire per la sua creatività, sensibilità e capacità di re-inventarsi con nuove linee di abbigliamento femminile come Love Terapy, Baby Angel, e accessori a queste collegate, segno del suo nuovo corso.
A questa icona postmoderna, a questo inossidabile galantuomo, manifesto tutta la mia stima con un’affettuosa e originale t-shirt, omaggio alla sua persona, alla sua storia, e a tutto il periodo di cui è stato protagonista e che ha contribuito a creare.

 Laviano Love Fiorucci



Foto: materiale da collezioni private e fonte internet;
T-shirt: A. Laviano

martedì 21 ottobre 2014

mostra Giovanni Segantini

Giovanni Segantini
ritorno a Milano
Milano, Palazzo Reale
18 settembre 2014 - 18 marzo 2015


A Milano, dal 18 settembre 2014 al 18 marzo 2015, Palazzo Reale ospita un’altra bella mostra: quella dedicata a Giovanni Segantini.
L'esposizione, in cui sono raccolte 120 opere, è una delle più importanti dedicate all’artista, per il fatto che è difficile vedere riunito un cospicuo numero delle stesse (distribuite generalmente tra collezioni, musei, istituzioni pubbliche e private spesso piuttosto restie al prestito) e in considerazione dell’esiguo numero di lavori prodotti da Segantini nei suoi 41 anni di vita.
Giovanni Segantini nasce ad Arco di Trento nel 1885, cittadina allora sotto il dominio dell’impero austro-ungarico. All’età di sette anni rimane orfano di entrambi i genitori e viene allevato a Milano da una sorellastra, che in realtà si cura poco di lui. Arrestato per vagabondaggio, viene internato nel 1871 al riformatorio Marchiondi, dal quale tenta inutilmente di fuggire, finchè un fratellastro lo prende sotto la propria tutela.  Nel 1874 si iscrive ai corsi serali dell’Accademia di Brera e va a lavorare come garzone a bottega di un artigiano decoratore, finché nel 1879 un suo lavoro (Il coro della chiesa di Sant’Antonio), esposto assieme ad altri alla rassegna annuale di Brera, viene notato dal mercante d’arte Vittore Grubicy de Dragon. Da allora prende il via la carriera artistica di quest’uomo che saprà creare di sé stesso un mito, e di cui la morte avvenuta troppo presto, ha contribuito ad alimentare.
La mostra  e’ suddivisa in sezioni tematiche che focalizzano l’attenzione sul percorso creativo segantiniano in base ai soggetti ai quali si è dedicato nel corso della sua breve vita. Si apre con una serie di autoritratti che documentano la percezione del  sé dell’artista, la consapevolezza del suo valore e del suo mito. Alla componente grafica fanno da complemento due  sculture: quella  in cui il pittore e’ ritratto ventenne, realizzato  dallo scultore Emilio Quadrelli, e quella  di Segantini come maturo e affermato artista, di Paul Troubetzkoy.
La prima sezione è dedicata agli esordi, con tele aventi per soggetto scorci di Milano ove il pittore aveva lo studio (Il naviglio di Ponte San Marco, Passeggiata sul Naviglio), e scene di genere tipiche della pittura dell’800. Si passa poi alla sezione dedicata ai pochi ritratti realizzati da Segantini nel corso della carriera, come quello della Signora Torelli - Vollier, moglie del fondatore del Corriere della Sera, e della madre del collezionista Casiraghi (Ritratto della Sig.ra Casiraghi).
La terza sezione riunisce opere in cui protagonista e’ il tema della morte, soggetto tipico dell’arte simbolista e decadentista, tra le quali spiccano Ritratto d’uomo sul letto di morte e Ritratto di Carlo Rotta, realizzato quest’ultimo con la tecnica divisionista.
Un’altra sezione è dedicata al tema delle nature morte, che dopo un po’ di anni abbandonerà, per dedicarsi completamente ai soggetti tipici: la pittura agreste, contadini e animali in simbiosi con lo scenario naturale brianteo inizialmente, e poi quello alpino.
Infatti  le sezioni successive portano a cuore dell’arte di Giovanni Segantini.
Lasciata Milano nel 1881, egli si trasferisce con la compagna Bice Bugatti in Brianza, dove nascerà il figlio Gottardo. L’esordio artistico legato alla scapigliatura Milanese è ben presto abbandonato (e poi rinnegato), alla ricerca di un ambiente personale a contatto con la natura, ove trovare i propri temi cui dedicare la sua pittura. Li trova infatti negli scenari agresti e nei contadini della Brianza, prima, e in quelli montani e alpini, in seguito.  Questi soggetti sono protagonisti delle opere della sezione “Natura e vita dei campi”, con La raccolta dei bozzoli, Dopo il temporale, Vacca Bagnata, L’ultima fatica del giorno, I miei modelli, e nei grandi paesaggi, come il famoso Alla stanga, acquistato ben presto dal governo italiano e realizzato en plain air presso i pascoli montani di Caglio.
“Sentimento e spiritualità” è la sezione ove sono presenti le opere A messa prima  (quadro poi modificato con un differente significato allegorico), e alcune versioni dell’opera Ave Maria a trasbordo corredate da disegni preparatori, in cui la spiritualità semplice e vera dei contadini, memore delle atmosfere di Millett, viene rievocata attraverso il cambiamento di tecnica: mediante il divisionismo, infatti,  si fa portatrice di un contenuto spirituale- simbolico, che trascende quello reale dell’immagine presentata.  Altre due sezioni sono dedicate ai disegni tratti dai dipinti - che servivano  a colmare il vuoto lasciato dalle vendite, a documentare  il cambiamento di tecnica e di stile, oltre che allargare il mercato collezionistico - e ai disegni per illustrazioni di libri o di opere letterarie.
Segantini nel 1886 lascia la Brianza per trasferirsi a Savognino, nei Grigioni, e diverse opere sono ambientate nelle Alpi Svizzere, per poi trovare altra definitiva sistemazione a quote più alte, nel 1894, nell’Engadina, dove il suo animo trovava maggiore soddisfazione.  Fondamentale in questi anni fu la scoperta della tecnica dell’applicazione del colore diviso, non mescolato, ma applicato puro sulla tela, con stesure filamentose. E’ con la tecnica divisionista, considerata moderna, che i divisionisti partecipano alla Prima Triennale di Brera del 1891, ove Segantini presenta l’opera Le due madri: la maternità è l’elemento comune alla donna con il bimbo e alla vacca con il vitello, in cui l’elemento unificante della appartenenza alla natura vuole essere il reale significato dell’opera. Lo stesso discorso vale per Pascoli di primavera, pure in mostra.
L’evoluzione del pensiero segantiniano prosegue con le opere delle sezioni di chiusura:
 la prima è dedicata al Trittico dell’Engadina, superba opera del suo simbolismo, in cui i monumentali  paesaggi  dell’Engadina ritratti in primavera, autunno, e inverno  rappresentano le fasi della vita e il panteismo segantiniano, ove emerge  il credo in una religiosità laica della natura (in mostra solo alcuni studi preparatori e un video di descrizione dell’opera);
 la seconda, invece è  dedicata alle opere visionarie e allegoriche facenti parti del Ciclo delle Cattive Madri, dove la maternità negata o rifiutata costituisce elemento di dannazione, in contrasto con la maternità laica del quadro L’angelo della vita. Qui la maternità acquista una dimensione di sacralità laica connessa alla sua naturalità, per il fatto di contribuire al ciclo stesso della vita. Esso è caratterizzato dalla luminosità del colore diviso e dall’applicazione di pigmenti d’oro e d’argento, che lo rendono uno dei migliori esiti del simbolismo di Segantini.
Con Angelo alle fonti della vita (che si avvicina al movimento inglese preraffaellita per il suo linearismo e per lo stile dei soggetti) si chiude la mostra, lasciando un po’ d’amarezza per la morte, avvenuta troppo presto, per questo artista che nel contatto con la natura ad alte quote cercava l’ispirazione per trasformare in arte il suo personale sentire: proprio lì, su quelle montagne, colpito da un attacco di peritonite è morto mentre lavorava sul Trittico dell’Engadina, nel 1899.
Segantini fu un mito del suo tempo. Egli grazie alle vicende personali, alla propria arte, allo stile di vita, seppe creare un immagine di sé molto vicina al concetto moderno di  “divo”. Con il XX secolo, tuttavia questo mito si offuscò, ma non ha mai perso tutto il suo fascino e il suo valore. E la mostra in oggetto  lo conferma.
Il catalogo di accompagnamento, con le bellissime illustrazioni delle opere esposte, e' stato realizzato dalla casa editrice Skyra, e tra i saggi spiccano in particolare quelli della maggiore studiosa dell'opera segantiniana, la critica d'arte Annie Paul Quinsac.

A. L. 

venerdì 12 settembre 2014

Mostra MARC CHAGALL

dal 17 settembre 2014, a Palazzo Reale
MARC CHAGALL!



Dal 17 settembre 2014, Palazzo Reale ospita una importante mostra dedicata a Marc Chagall. Essa è una retrospettiva che, divisa in sezioni, ne ripercorre la vicenda artistica dal 1908 fino alla sua morte, avvenuta nel 1985.
Nato nel 1887 a Vitebsk  in Russia, nel ghetto ebraico, Chagall fin da bambino si dedica al disegno e, dopo aver frequentato la scuola privata di un pittore locale, nel 1907 si trasferisce a San Pietroburgo per frequentare le lezioni dello scenografo Leon Baskt : entra  così in contatto con il mondo artistico russo che guarda alle novità provenienti da Parigi. I primi lavori, infatti, sono caratterizzati dal cromatismo dei Fauves, dalle masse semplificate di Cezanne,  e dalla linea arabescata dei pittori Nabis.  Protagonisti dei quadri sono soprattutto i genitori, i parenti e la giovane Bella Rosenfeld, che diventa la sua compagna, nonché nature morte e autoritratti.
Grazie ad una borsa di studio, nel 1911 si reca a Parigi, considerata allora capitale dell’arte moderna. Qui si stabilisce sulla Rive Gauche alla Ruche, fatiscente struttura nei cui locali lavorano molti artisti provenienti da diverse parti del mondo, e che nel loro insieme costituiscono la cosiddetta Ecole de Paris.
I lavori di Chagall di questo periodo risentono l’influsso del cubismo (in mostra Nudo disteso  e Nudo con pettine (1911) e delle tendenze espressioniste che esasperano e stravolgono le masse anatomiche, accese da colori violenti e antinaturalistici. Tuttavia man mano comincia a delinearsi l’iconografia che sarà tipica del suo stile, caratterizzata dalla presenza di animali antropomorfi (mucche, galli), prospettive cubiste, soggetti fluttuanti nello spazio, case della natia Vitebsk. Chagall sente la nostalgia della propria terra e la memoria diventa il luogo ove attingere immagini che vengono rielaborate pittoricamente in maniera surreale.
Molta importanza, oltre che alla città di  Vitebsk , è data alla religione ebraica in cui si è formato, e all’amore verso la compagna Bella. Infatti, una  volta tornato in Russia, a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, la sposerà e la renderà protagonista di poetici, quanto surreali, ritratti ambientati in interni o nella ricreata campagna nei pressi di Vitebsk (in mostra: Il compleanno (1915), e La passeggiata (1917).
Rientrato in Russia, inoltre, collabora per la realizzazione di bozzetti di costumi per il teatro russo e per il Teatro Ebraico, creando diversi pannelli  scenografici. I bozzetti risentono dell’influsso delle avanguardie russe, come il Suprematismo e il Costruttivismo, ma piegate alla sua personale cifra stilistica.
Una sezione specifica della mostra e’ dedicata alla pittura ebraica, con ritratti di Rabbini (es.  Giorno di festa (1924), L’ebreo in rosa -1915) e l’immagine dell’uomo ebreo errante (es. In viaggio -1923), che sarà presente in molte opere, come simbolo del popolo ebreo costretto a cercare una terra dove fermarsi. Questa immagine -icona dell'ebreo errante è specchio della stessa condizione esistenziale dell’artista, che nel corso della sua vita sarà costretto a spostarsi da una città all’altra per le vicende della storia.

 Al termine della guerra rientra in Francia, ove propone lavori ormai consolidati che lo avvicinano al movimento Surrealista, pur non accettando di farne parte (es. Nudo sopra Vitebsk (1933), La sposa dai due volti -1927), oltre a realizzare Illustrazioni per le Favole di La Fontaine, su commissione dell’editore Vollard (altresì presenti in mostra).
Con l’ascesa del nazismo e le persecuzioni antisemitiche seguite, Chagall è costretto ad emigrare in America nel 1941. Alla Shoa  dedica una serie di opere con cui denuncia la condizione degli ebrei perseguitati dai nazisti (in mostra: La caduta dell’angelo, Apocalisse in lilla, L’esodo, Crocifissione in giallo), e a New York realizza anche i costumi per i balletti Uccello di Fuoco e Alecko.
In America muore la compagna Bella, che era stata grande fonte di ispirazione, nonché valido sostegno morale, contribuendo anche alla traduzione in francese dell’autobiografia dell’artista “Ma Vie” (corredata da incisioni alle quali è dedicata una specifica sezione della mostra).
Terminata la guerra Chagall torna in Francia, che ormai considera sua patria definitiva, sposa un’altra donna nel ’51, Valentine Brodkji  (chiamata Vava, della quale è presente il ritratto Vava in rosso -1957), porta avanti lavori in cui continua a proporre il suo variegato e surreale universo.
Negli anni 60 realizza decorazioni per i soffitti del teatro dell’Opera di Parigi, e per quello di New York (in mostra, vi sono i bozzetti) e si dedica anche alla scultura e a nuove tecniche con l'uso del collage. La sezione di chiusura della mostra è costituita da queste opere dove appaiono frequenti personaggi del circo, come clown e arlecchini, e un'altra immagine alter-ego, il Don Chisciotte, simbolo di un'uomo battagliero che non si scoraggia davanti alle battaglie della vita.
Chagall muore a 98 anni nel 1985, e questa mostra è un'omaggio al grande contributo che il suo operato ha dato alla storia dell'arte del XX° secolo.

A. L.

lunedì 5 maggio 2014

Mostra Bernardino Luini e i suoi figli


Bernardino LUINI

e i suoi figli
10 aprile - 13 luglio 2014
Milano, Palazzo Reale

Il Comune di Milano, organizza nelle sale di Palazzo Reale la bella  mostra dedicata al grande pittore del Rinascimento lombardo: Bernardino Luini.
Poche notizie si hanno sulle origini dell'artista, proveniente da Luino, sul lago Maggiore, ma formatosi probabilmente a Milano.
Dopo un apprendistato di cui si hanno scarse notizie, e un soggiorno in terra veneta, ritorna a Milano intorno al 1508, dove comincia a collaborare con altri artisti, fino a raggiungere una propria autonomia e una cifra stilistica personale, caratterizzata dalla rielaborazione delle atmosfere bramantiniane e leonardesche, nonchè dalla grazia raffaellesca a seguito del viaggio a Roma negli anni '20.
Molte furono le commissioni: dagli affreschi per le residenze del raffinato Gerolamo Rabia a Milano e a Sesto San Giovanni (di quest'ultima in mostra sono esposti gli affreschi originariamente collocati all'interno della villa Pelucca), a quelli per i conventi di Santa Marta e San Maurizio, nonchè per la chiesa di Santa Maria di Brera a Milano, oltre ad una serie di immagini religiose per la devozione privata  e ritratti di nobili. Alcuni lavori furono realizzati dai collaboratori di bottega, e altri portati avanti dai figli. L'ultima parte della mostra, infatti, è dedicata alle opere del figlio Aurelio.

In mostra, poi, accanto ai lavori del maestro, vi sono opere di artisti del suo tempo, finalizzate ad illustrare l'ambiente in cui lavorava Luini, ed i suoi eventuali riferimenti: fra queste, da notare una splendida 'testa di donna' di Leonardo da Vinci e la "Madonna col libro" di Vincenzo Foppa.
La rassegna espositiva offre pertanto un'occasione unica per vedere riunite diverse opere di Bernardino Luini, e di apprezzare al meglio la carriera di uno dei maggiori artisti della prima metà del XVI secolo.

lunedì 24 febbraio 2014

Mostra KANDINSKY

KANDINSKY

16 dicembre- 27 aprile
Palazzo Reale, Milano

A sette anni di distanza dall'ultima mostra dedicata a Vassily Kandisky, Milano ospita a Palazzo Reale un'altra memorabile esposizione sull'opera di uno dei padri dell'Arte Astratta.
Mentre nella mostra del 2007 si analizzava il rapporto tra  le opere di Kandisky e il suo influsso sull'Astrattismo Italiano, questa mostra invece è una retrospettiva basata su i vari periodi della sua carriera. Essa ha ad oggetto 80 opere della donazione fatta negli anni '70 da Nina Kandinsky, moglie dell'artista, al Museo d'Arte Moderna Pompidou di Parigi.
Nelle 80 opere è possibile ripercorrere l'iter creativo dell'artista russo, che ha studiato e lavorato in Germania e ha trascorso gli ultimi anni della sua vita in Francia.
Wassilly Kandisky è nato a Mosca nel 1866. Dopo aver studiato giursprudenza a Mosca, ed essersi laureato con una tesi in economia politica, quando ormai la sua vita sembrava avesse preso una direzione certa nell'ambito della carriera universitaria, con l'assegnazione di una cattedra di insegnamento, decide all'età di 30 anni, di abbandonarla per dedicarsi alla carriera artistica. Rimasto folgorato da una esposizione d'arte impressionista a Mosca, si reca a Monaco per studiare Arte Moderna sotto la guida di Franz Von Stuck, di cui ne segue i corsi in Accademia. 
Il periodo monacense (1896-1914) costituisce l'oggetto della prima sezione della mostra (introdotta dalla ricostruzione della decorazione parietale della esposizione 'Senza Giuria' di Berlino nel '22, che immerge e avvolge subito lo spettatore nella dimensione cromatico-astratta, a tutto campo, del'arte di Kandinsky). I lavori di questo periodo sono: a carattere post-impressionista ( es. Shwabing: sole invernale '01, Citta' Vecchia II- '02, ), in stile simbolista (o jugendstil, come il Manifesto PHALANX - '04, Scena Russa, Canzone, la xilografia I Corvi), fino ad arrivare alle prime opere astratte, caratterizzate dal graduale affrancamento dalla resa realistica del soggetto, intitolate secondo definizioni mutuate dal linguaggio musicale (es. Improvvisazione III, '09), nonché opere astratte tout-court, nelle quali l'oggetto reale è definitivamente scomparso, per dare spazio ad una sinfonia di forme e colori (es. Quadro con macchia rossa, '14): esse trovano definizione teorica nell'opera scritta de Lo Spirituale nell'Arte, e nella redazione dell'Almanacco del Cavaliere Azzurro (1911-'12).
Il secondo periodo documentato in mostra, è Il ritorno in Russia (1916 - '21): con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Kandisky torna a Mosca, dove prende parte al clima di fervore seguito alla Rivoluzione Russa, occupandosi di incarichi istituazionali nell'ambito della cultura e dell'istruzione, realizzando poche opere, con un ritorno alla figurazione, in prevalenza acquerelli astratti (in mostra, di particolare rilievo, l'opera a olio Nel Grigio- '19).

La terza sezione è dedicata al periodo in cui Kandinsky ritorna in Germania per insegnare al BAUHAUS (1922 - '33), nelle sua varie sedi di Waimar, Dessau, Berlino. Il suo stile diventa sempre più geometrico, sotto l'influsso del Costruttivismo russo, del Neoplasticismo, nonché della tendenza razionalista che si afferma nell'ambito dell'insegnamento e della progettazione che caratterizza la formazione al Bauhaus, diretto da Walter Gropius, soprattutto a partire dal '26. E' questo il periodo delle litografie della cartella a stampa di Piccoli Mondi  ( '22), di Giallo Rosso Blu ('26), quasi un manifesto delle teorie della composizione, oggetto delle sue lezioni agli alunni, esposte nella pubblicazione Punto, Linea e Superfice ('26), Accento in Rosa ('26) che documenta la predilezione per la figura del cerchio,  fino a Sviluppo in bruno ('33), ultima importante opera che segna il periodo Bauhaus, dopo la chiusura imposta dai nazisti.
L'ultimo periodo, Parigi (1933- '44), è quello francese, quando Kandinsky, assieme alla moglie Nina, si trasferisce in Francia per fuggire dal clima di intolleranza della Germania nazista.
A Parigi Kandinsky, a contatto con il movimento Surrealista, ne rimane affascinato e influenzato.
Le opere di questi anni sono caratterizzate dall'astrazione biomorfica (derivata dall'esame delle strutture cellulari e dei microrganismi marini, così come appaiono al microscopio: es Ammasso Regolato del '38), e dallo schiarimento della tavolozza, a contatto con la luce e il cromatismo tipicamente francese. Una componente ludica è inoltre presente nel bellissimo Blu di cielo ('40), mentre Accordo Reciproco del '42 continua a dimostrare un grande fervore creativo e un'animo ancora giovane dell'artista, nonostante l'età avanzata e il clima di tensione in cui l'opera viene creata.
Kandisky si spegne nella sua dimora nei pressi di Parigi nel '44, a 77 anni. Accanto al corpo, è fotografata proprio questo quadro.
In mostra poi è possibile seguire un video con l'intervista-testimonianza di Nina Kandisky, custode del destino dell'opera del Maestro dopo la morte.
Per chi ama l'arte moderna, questa esposizione monografica di grandi capolavori, è assolutamente consigliata.
Visita guidata con Antonio Laviano